Feb 24, 2014 - 0 Comments - posta -

adozioni in canile

Ciao Tomas 
scusa se ti rompo ma io ho bisogno di un parere autorevole che confermi le mie intuizioni e spazzi via un sacco di pregiudizi che rappresentano macigni sulla via delle adozioni e ho deciso di fidarmi solo di te.
Per la paura che un cane rientri in canile ( Troppo stress per l’ennesimo abbandono )  si stanno praticando procedure di preaffido blindate : i cosiddetti paletti
Ci deve essere il giardino ,l’adottante non deve avere più di 65 anni,gli si fa compilare un questionario sulla sua vita pregressa , si indaga sulle motivazioni   ecc ecc.  Mi pare di sognare. 
Nella vita reale uno che vuole un cane và e se lo compra. Nel mondo animalista ci sono un sacco di seghe mentali.
Qualcuno mi può certificare che se un cane rientra in canile perchè l’adottante dopo 10 giorni ci ripensa non gli viene procurato un maltrattamento ??  ( altrimenti non si potrebbero affidare alle pensioni i cani di chi va in vacanza o viene ricoverato in ospedale per un periodo x)
VORREI ARRIVARE AD UNA FORMULA  : TI DIAMO IL CANE IN PROVA 10 GIORNI SE NON VA LO  PORTI INDIETRO ?? E’UNA CAZZATA ??
 Grazie per quanto potrai fare
L’affidamento è una responsabilità che mette l’operatore nella difficile posizione di prendere una decisione riguardo al cane che vuole proteggere e spesso si sente di poterla finalizzare solo cercando la propria sensibilità, il proprio stile, nella persona che deve prendersi carico dell’adottato. Questa responsabilità crea frustrazione e questa ricerca dell’altro come se stessi è una battaglia spesso già persa. Con questi vincoli la consulenza si trasforma in una indagine antiterroristica verso l’adottante, una inquisizione che cerca certezze là dove esistono invece infinite dinamiche di accoglienza, appartenenza, affiliazione. Chiaro è che un giardino, i soldi, la casa di proprietà, l’età, lo stato sociale, l’orientamento religioso, non sono indirizzi di relazione, come un box accogliente e pulito non permette di essere felici.
Esistono invece delle dinamiche di incontro, delle occasioni di vivere una relazione che si fondano sull’incontrarsi, il riconoscersi e sulla prospettiva di una vita fatta di opportunità e non costruita sui parametri di welfare.
Mi spiego.
“Gli zoo garantiscono una alimentazione equilibrata, una pulizia quotidiana, una attenzione sanitaria importante, una protezione dai pericoli esterni quasi totale. La savana non può garantire niente di tutto questo ma una giraffa non ci penserebbe un attimo si trovasse di fronte alla scelta se vivere nella savana o in uno zoo” . (cit. R. Marchesini)
Rischierebbe di vivere e non sceglierebbe mai il sopravvivere.
Allora il vivere una relazione e una appartenenza è fatta di campi espressivi e pericoli, opportunità e difficoltà e sopratutto di obbiettivi condivisi e non di protezione ad ogni costo.
Come fare una adozione allora?
Conoscere il soggetto da adottare nei suoi orientamenti alla vita, attraverso il riconosce il suo campo espressivo, cosa ricerca e vuole da una vita vera. Dargli nel quotidiano del canile degli strumenti comunicativi e interattivi, continuare a farlo vivere e non sopravvivere e poi credere in lui e nel suo certo tentativo di giocarsi l’opportunità dell’adozione.
Poi cercare negli adottanti le stesse volontà, le “dimensioni di relazione” che possano farli incontrare, quelle prospettive di vita che daranno alla persona e al cane la certezza di poter pagare i costi di un adattamento perché disposti a spendere se stessi per vivere in quella “savana”.
Allora per un cane esploratore meglio la vita in un camper che in un enorme giardino di lusso. Per il soggetto che ha bisogno di certezze e presenza dell’altro meglio un anziano con il suo tempo e la sua tranquillità piuttosto che la famiglia del mulino bianco tutta presa da se stessa, e per un soggetto sempre pronto a fare, quella di un giovane adolescente come compagno di vita che non dà certezze ma opportunità è l’adozione che cerca. Perché se un cane ama proteggere un gruppo e difendere lo spazio, dormire sotto le intemperie lo rende felice. Perché una famiglia che vuole far crescere i bimbi con un animale è disposta a condividere lo spazio e accettare un cambiamento con tutti gli sforzi del caso. Perché un cane territoriale non ha bisogno di un recinto, perché se lo crea e non ha interesse ad allontanarsi se la famiglia chiede la sua protezione e lui può dargliela attraverso l’abbaio o come meglio crede…
Poi, infine, occorre dare loro un supporto post adozione perché questo incontro prenda forma e si concretizzi.
Conoscere e valutare il cane, riconoscere e valutare l’opportunità, sostenere e ispirare l’incontro, ecco il compito di chi fa una consulenza pre adozione. Se sai farlo affronti l’adozione con serenità ed a cuore aperto, se non lo sai fare tieni i pugni chiusi.
A presto